di Enrica Biordi
Ruolo e contributo attivo del paziente
Il dolore influenza in modo estremamente complesso ogni aspetto della vita della persona che ne è affetta ed è ormai dimostrato come avere un ruolo attivo, da protagonista, anche all’interno del percorso di cura della Medicina del dolore, possa fare la differenza. Avere un atteggiamento invece più rassegnato, o di delega delle proprie attività, fa diminuire l’autonomia e può aumentare il senso di disabilità percepito.
Acquisire un ruolo più attivo, attraverso strategie di fronteggiamento utili e funzionali, può aiutare la persona a sentirsi più padrona della situazione in cui si trova, anche se il dolore rimane ed è comunque di difficile gestione. Ecco che quindi riuscire a valorizzare le proprie risorse e i propri strumenti in questo caso può fare la differenza anche nella qualità di vita della persona.
Evitamento come strategia che peggiora la qualità di vita e il dolore percepito
Spesso nelle storie di vita dei pazienti e delle persone che hanno un dolore che si prolunga da tanto tempo, in quadri complessi di malattia, c’è una componente che emerge: si chiama evitamento.
Si tratta di un comportamento che tende a far allontanare la persona da tutti quegli stimoli che possono essere considerati pericolosi o che generano paura.
Ad esempio, una persona può smettere di fare attività fisica perché teme che questo possa peggiorare ulteriormente la propria condizione di salute e questo, nel breve termine, dà la percezione a quella persona di aver scampato il pericolo, di aver evitato il peggioramento della propria condizione.
Il problema però si manifesta nel lungo termine, portando a conseguenze spiacevoli e negative. Questo perché si crea un circolo vizioso e di evitamento in cui tale comportamento, se assunto in aree più specifiche o su attività particolari, rischia di espandersi a vari ambiti della vita della persona.
Ad esempio, una persona tende a muoversi meno, a delegare delle attività anche semplici che prima svolgeva in prima persona, e questo non va a migliorare il problema alla base, ma toglie quegli stimoli che a fine giornata invece possono fare la differenza anche sull’umore e sulla qualità di quella giornata.
È importante quindi riuscire a contrastare la tendenza a questo tipo di comportamento, assumendo un ruolo attivo e affrontando gradualmente le paure e l’evitamento. Questo si può fare con un lavoro di equipe, ma anche attraverso la psicoterapia, con l’aiuto della quale si possono affrontare le paure, come ad esempio la chinesiofobia (che è la paura del movimento), in un contesto sicuro e controllato.
Le “qualità” e le tecniche che aiutano nel percorso di cura
Esistono delle caratteristiche personali e delle risorse che possono fare la differenza in senso positivo durante il percorso di cura. Si è visto che, ad esempio, il senso di autoefficacia, cioè la percezione di poter affrontare una certa situazione in cui ci si trova, permette di affrontare al meglio quegli ostacoli, come il dolore o una patologia cronica, a cui si è sottoposti quotidianamente.
È come se il pensiero dentro di noi fosse “Ce la posso fare, sono in grado di gestire la situazione nonostante il dolore, nonostante la malattia”. Avere quindi un buon senso di autoefficacia predispone poi anche ad avere pensieri più utili e comportamenti più funzionali.
Importante è anche la fiducia nel lavoro dell’equipe. Questo perché un percorso multidisciplinare permette alla persona di essere al centro, di essere vista a 360 gradi dalla squadra di riferimento.
Se la persona riesce appunto ad affidarsi e a beneficiare di questa multidisciplinarietà, ecco che allora quel problema viene gestito da più punti di vista.
D’altra parte la persona può dare un ulteriore contributo personale a questo percorso di cura con un un lavoro a casa, nel proprio quotidiano, monitorando i propri cambiamenti e le strategie che funzionano, rispetto a quello che invece andrebbe modificato, ad esempio facendo caso all’umore, a come cambia e in funzione di che cosa.
Il ruolo attivo della persona può quindi fare enormemente la differenza.
La scelta di strategie utili funzionali può aiutare la persona a gestire meglio la situazione in cui si trova: si possono praticare degli esercizi di rilassamento; oppure le tecniche di Mindfulness possono essere molto utili nella gestione del dolore e dell’ansia. Di aiuto può essere anche avere un atteggiamento di accettazione, che non significa arrendersi o rassegnarsi al presente o alla situazione in cui si è, ma riuscire a incanalare le proprie energie verso i propri obiettivi, nonostante il dolore, nonostante la malattia.
Il corpo: da nemico ad alleato
Il corpo, in presenza di una patologia cronica, diventa il protagonista, spesso in senso negativo: la persona valuta il corpo come un nemico, come qualcosa da dover combattere perché fonte di fatica, di difficoltà, di dolore. È un corpo malato.
Si tratta di una visione da modificare e modificabile, perché questa narrazione può e deve cambiare, il corpo può essere visto invece come il nostro alleato che fino a questo momento ha cercato di proteggerci al meglio delle sue possibilità.
Ecco che riuscire a cambiare il rapporto che abbiamo con il nostro corpo, che è il corpo con cui dobbiamo vivere e convivere nel futuro, può fare la differenza. È un aspetto delicato e sicuramente non semplice, ma che attraverso la psicoterapia può essere visto e gestito nella maniera migliore possibile.